MARMELLATA DI ALBICOCCHE E MELE

Ingredienti
700 gr di albicocche mature.
300 gr di mele.
700 gr di zucchero.
Bucce di limone.

Preparazione
Lavate, denocciolate e fate a pezzi le albicocche. Mettetele in un tegame largo e alto, che possa contenere tutta la frutta e lo zucchero. Lavate le mele, togliete loro il torsolo, affettatele ed aggiungetele alle albicocche. Potete frullare la frutta, oppure lasciarla a pezzi. Mettete il tegame sopra il fuoco al massimo della fiamma. Quando la frutta inizierà a bollire, abbassate la fiamma al minimo lasciando cuocere per 15 minuti. A questo punto aggiungete lo zucchero e le bucce di limone, girando spesso col mestolo di legno. Mentre aspettate che la confettura si addensi, mettete una pentola sul fuoco con dentro acqua. Fatela bollire e, con questa, sterilizzate i barattoli di vetro. Togliete i barattoli dall’acqua bollente con una pinza e metteteli sopra un canovaccio pulito ad asciugare. Prendete i barattoli ancora caldi, riempiteli di marmellata fin quasi all’orlo e chiudeteli con tappi nuovi. Mettete i barattoli da parte e, dopo un po’, sentirete il classico “toc” emesso dai tappi, che sta a significare che si sta formando il sottovuoto. Quando i barattoli saranno freddi, metteteli al buio in dispensa. Quando arriverà l’inverno saranno molto utili.

Quando preparo la marmellata, immancabilmente il mio pensiero va indietro nel tempo, a quando ero un’adolescente. Avevo una zia che viveva a Livorno, si chiamava Pierina ed a cui ero molto affezionata. Era la sorella di mia mamma nonché la più piccola fra sei sorelle (c’erano anche due fratelli). C’è sempre stato un bel rapporto fra lei e la mia famiglia. Fatto sta che, d’estate, mi portava sempre a casa sua. A volte ci stavo anche un mese. Poi faceva venire anche i miei fratelli più piccoli, in modo da farci fare un po’ di mare. Era molto buona, come del resto anche le altre sorelle e fratelli, e di mentalità “moderna”, forse perché viveva in città. Quando dovevo partire ero un po’ dispiaciuta perché lasciavo la mia famiglia, ma poi arrivavo a Livorno e, dopo qualche giorno, mi ambientavo benissimo, perché mia zia e la sua famiglia mi mettevano  a mio agio e non mi facevano mancare nulla. E poi la vita era diversa. Come mettevi il naso fuori dalla finestra, vedevi le persone vestite bene, chi andava al lavoro, chi a fare la spesa, chi portava a passeggio il cane, passavano automobili, moto, biciclette. C’era sempre un viavai di persone. La vita di città era molto diversa da quella di paese dove vivevo io, perché la città offriva il mare, i negozi sempre aperti, le balere e tante altre cose e per chi, come me, viveva nel silenzio della campagna, i rumori della città davano la sensazione che fosse sempre festa, al contrario della campagna dove la festa era solo di domenica. In campagna andavamo vestiti “bene” solo alla messa, qualche volta a prendere un gelato al bar e, lì al bar, c’èra una pista da ballo dove si ballava con la musica di un juke-box e dove anch’io, qualche anno più tardi, sarei andata a ballare. Ricordo una canzone che faceva così: “che bella pansé che tieni, che bella pansé che hai, me la dai, me la dai la tua pansé ecc.  Mia zia Pierina si alzava al mattino presto ed andava al mercato a fare la spesa. Tornava con pesce o carne, verdure, frutta di stagione e panini. Quando entrava in casa si portava dietro un buon profumo di verdure fresche e frutta, poi apparecchiava per la colazione, faceva il caffè e ci chiamava. Eravamo io, mio fratello e mia sorella quando c’erano, mia cugina Raffaella e mio zio Bubi, diminutivo di Bruno. Aveva già preparato, sul tavolo, burro, marmellata e panini freschi di forno. Mi ricordo in modo particolare i panini, perché a casa mia c’era solo il pane da un chilo fatto in casa. Mi è rimasto il ricordo di queste colazioni insieme ad altri altrettanto piacevoli. Andavamo al mare ai bagni Pancaldi dove, alla sera, c’erano feste da ballo con i cantanti di successo del momento. Ah, il profumo del mare, che quando era agitato andava ad abbracciare gli scogli dove erano attaccati i ricci di mare e bagnava la poca spiaggia dove stavano le piccole arselle. A volte le raccoglievamo e, quando ne avevamo trovate abbastanza, mia zia ci faceva il sugo per la pasta. E come dimenticare le lunghe passeggiate fino al luna park, il saggio di danza classica di mia cugina e le serate nei locali dove mio zio suonava il pianoforte con il suo complesso. Era un tipo sempre allegro e socievole. A Livorno ci sono stata sempre bene e, se mi fosse capitato di trasferirmi lì, sicuramente mi sarei ambientata subito perché, avendoci i miei parenti, non mi sarei sentita sola. Sono passati parecchi anni. I miei zii, purtroppo, non ci sono più, ma Livorno è rimasta sempre nel mio cuore ed ancora oggi mia cugina e la sua famiglia sono un mio punto di riferimento.


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